Da oltre trent’anni la scuola pubblica italiana è progressivamente trasformata: carenze organizzative e materiali, edifici per l’80% non a norma, aule sovraffollate e condizioni generali spesso critiche hanno ridotto la qualità del servizio. Parallelamente, continue ingerenze nelle metodologie d’insegnamento e nella professionalità dei docenti – spesso compromettendo l’autonomia pedagogica – hanno eroso la funzione educativa della scuola.
Anche con l’introduzione massiccia di concetti e pratiche aziendalistiche, obiettivi standardizzati e valutazioni orientate al profitto privato, la scuola pubblica è stata snaturata. Oggi appare evidente una frana che rischia di travolgere la funzione costituzionale dell’istruzione.
In questo quadro si inserisce la recente iniziativa del Ministero dell’Istruzione e del Merito: il censimento degli studenti palestinesi e l’invito a segnalare i docenti “di estrema sinistra” o critici verso Israele. Un’iniziativa pretestuosa, grave e pericolosa.
Non va dimenticato che tale iniziativa non rientra in alcuna logica giuridica di contrasto all’antisemitismo, ma rischia di produrre discriminazioni etniche e culturali. Il Ministero parla di semplici raccolte di dati, ma l’obiettivo appare chiaramente politico e repressivo.
Si tratta di una vera e propria schedatura, come ha affermato anche la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti. Le misure citate tracciano una strategia comune basata su controllo, delegittimazione e paura, con l’effetto di trasformare la scuola da spazio di formazione civile in un dispositivo di disciplinamento politico.
Discriminare e sorvegliare per creare un ambiente punitivo: il censimento individua e classifica gli studenti sulla base dell’origine etnica; l’invito a segnalare i docenti sollecita una forma di vigilanza interna, trasformando la comunità scolastica in un collettore di denunce, sospetti e conflitti.
La scuola smette così di essere luogo di confronto e pluralismo e diventa uno spazio di controllo, dove si costruiscono elenchi di persone “da osservare”. L’attacco agli studenti palestinesi crea una categoria vulnerabile; l’invito alla segnalazione dei docenti punta a stilare liste di proscrizione di insegnanti “sovversivi”.
Siamo alla totale delegittimazione della funzione docente. Il rischio di essere segnalati spinge all’autocensura, limita la libertà d’insegnamento e impedisce di affrontare temi storici e politici controversi. Si indebolisce l’autonomia pedagogica, compromettendo la qualità dell’istruzione.
Si vorrebbe una didattica prudente e difensiva, sotto controllo, anziché esplorativa e formativa. Il risultato è l’impoverimento del dibattito democratico nella scuola e la riduzione della capacità degli studenti di formarsi come cittadini critici e consapevoli.
La concatenazione di queste pratiche normalizza un clima di paura: il sospetto mina la fiducia, ostacola l’apprendimento e compromette il benessere di studenti e personale scolastico.
Il “filo nero” che unisce censimenti etnici e delazione ideologica rappresenta un attacco alle garanzie costituzionali: discriminazione, perdita di autonomia, limitazione della libertà di espressione, erosione del tessuto educativo.
Occorre eliminare immediatamente la circolare sulle schedature etniche e respingere ogni compressione della libertà di critica e d’insegnamento. Docenti, personale ATA, dirigenti, studenti e famiglie devono agire insieme per difendere la scuola pubblica, pretendendo investimenti, diritti e autonomia pedagogica.
Per l’UNICOBAS
Stefano d’Errico
(Segretario Nazionale)
0